Omelia dell’11 febbraio 2018

6^ Domenica del Tempo Ordinario/B

- GUARITI PER AMARE –

Oggi è la Giornata Mondiale del Malato, in occasione delle Apparizioni di Lourdes, dove misteriosamente la presenza di Maria si è intrecciata con il dono della guarigione tanto che ogni anno migliaia di malati vanno a cercare consolazione.

Provvidenzialmente la liturgia ci propone uno dei MIRACOLI DI GUARIGIONE DI GESU’ più significativi e straordinari.

La malattia è una delle situazioni che più di tutte ci provoca, ci interroga, ci angoscia:

  • In se stessa: Perché esiste la malattia? Perché ci ammaliamo?
  • Verso Dio: Perché Dio la permette? Perché non interviene?

Non a caso siamo ancora nel 1° capitolo di Marco e non a caso anche questo miracolo si pone all’inizio del ministero di Gesù, quasi a darci, insieme a ciò che lo ha preceduto, una delle chiavi per entrare nel mistero di Gesù e nella vita di Dio.

La LEBBRA era considerata una “maledizione di Dio!”, senza mezzi termini. Era ed è la scorciatoia che ci permette di “sopravvivere” come credenti superficiali, non di vivere da credenti credibili! In tutte le culture, e anche oggi, se non stiamo attenti, è così.

Il lebbroso doveva stare fuori delle città, doveva evitare le persone, gridare per avvertire della sua presenza.

Quanta fatica facciamo anche noi, nonostante i progressi medici, anzi ancora di più grazie ai progressi medici, ad uscire da questa prigione. La malattia per noi è un fallimento e considerarla maledizione è comodo, ci libera dalla drammatica constatazione che non possiamo fare nulla. Ammalati come siamo di efficienza, salutismo, benessere, giovanilismo, perfezione. La malattia ci è inaccettabile!

GESU’ è venuto per tirarci fuori da questa trappola!

E’ una trappola, perché presi da questa considerazione (che sia una maledizione di Dio) ci dimentichiamo di qualcosa di peggio della malattia stessa e che ci imprigiona ben di più: il peccato (il quale è sempre colpa nostra)!

Entrambe ci rivelano il nostro limite, la nostra fragilità, ci ricorda che non siamo immortali, che questa vita è breve, che non siamo divini, che presto torneremo polvere. Il corpo fragile ci dice una realtà più profonda: non siamo padroni della vita, essa ci è donata!

Se non lo riconosciamo restiamo come imprigionati. Solo GESÙ ci libera, ci tira fuori non tanto dalla malattia, ma dal male più profondo. E allora usciamo dalla pretesa di guarigione a cui GESU’ non voleva rispondere. Il miracolo era ed è solo un SEGNO, un’occasione per vedere oltre, per capire più in profondità. Per questo GESU’ non voleva che fosse divulgato. Con il LEBBROSO infatti, prosegue AMMONENDOLO SEVERAMENTE e LO CACCIO’ VIA SUBITO E GLI DISSE: GUARDA DI NON DIRE NIENTE A NESSUNO! Sembra assurdo, incomprensibile.

Invece c’è una liberazione più profonda che Gesù è venuto a portarci e che in altri miracoli è chiara, quando prima di guarire dice: TI SONO RIMESSI I TUOI PECCATI.

Lo capiamo bene dai gesti di GESU’, un gesto non necessario: LO TOCCO’! GESU’ non aveva bisogno, ovviamente, di toccare per guarire, molti miracoli li compie solo con la parola, anche a distanza.

Con quel TOCCO, preceduto dalla COMPASSIONE, verbo fortissimo (ha a che fare con l’amore materno), indica la dignità, recupera la dignità della persona che la malattia, o meglio la paura della malattia, aveva rovinato. Nessun uomo o donna è indegno. Nessun uomo o donna è e deve essere separato dagli altri. Nessun uomo o donna è separato da Dio: Il peccato è proprio questa separazione!

La legge, vedi la prima lettura, nata per proteggere dal contagio, era diventata una prigione. GESU’ è venuto a liberarci.

E san Paolo, nella seconda lettura, ci da un ulteriore indizio: SIA CHE MANGIATE, SIA CHE BEVIATE SIA CHE FACCIATE QUALSIASI ALTRA COSA, FATE TUTTO PER LA GLORIA DI DIO, che potremo tradurre anche “sia che siate sani, sia che siate malati, non dimenticate Dio, perché Dio non dimentica voi!”.

IMITIAMO CRISTO, conclude Paolo. E cosa fa GESU’? Cosa dobbiamo imitare? Lui si fida del Padre. Lui si affida al Padre. Non chiede di essere liberato dalla CROCE, ma di poterla portare fino alla fine, senza rinnegare l’amore. Chiediamo di portare le nostre croci per poter, con esse e attraverso esse, amare fino in fondo, anzi fino in cima. Questa è la vera guarigione, dignità e salvezza!